15 gennaio 2011

Abia Pop: il fascino segreto dell'immagine

أبيا بوب: السحر السري للصورة

Dalle vignette al web, dalla musica alle televisione, sempre più l’identità culturale del mondo arabo si rappresenta e si raffigura nello stile globale dell’icona-pop.

من الرسومات الهزلية إلى شبكة الإنترنت، من الموسيقى إلى التلفاز، الهوية الثقافية للعالم العربي تقدَّم وتصوَّر بشكل كبير من خلال الأسلوب العالمي للبوب.

Già nel 2006, l’installazione di un giovane artista palestinese a Ramallah distruggeva il mito dell’iconoclastia arabo-musulmana.
E non si trattava di un caso isolato: dalle vignette al web, dalla musica alle televisione, sempre più l’identità culturale del mondo arabo si rappresenta e si raffigura nello stile globale dell’icona-pop. Un collage di fotografie. E un vetro spezzato a coprire l’olimpo iconico degli arabi. Dei palestinesi in questo caso, visto che il collage è l’installazione di un giovane artista palestinese, ospitato in una collettiva nel 2006 a Ramallah. Ma come? Gli arabi, e per di più musulmani, contemplano l’iconologia, i miti attraverso le immagini? La vulgata europea, negli anni scorsi, ci ha abituato a rigettare anche soltanto l’ipotesi che il mondo arabo possa avere immagini, rappresentazioni di persone umane, e costruire – spesso – su queste immagini la descrizione di questa strana epoca di transizione. Il giovane artista di Ramallah, invece, distrugge lo stereotipo con un semplice assemblaggio. In cui c’è tutto, o quasi, il percorso della cultura pop araba degli scorsi trent’anni. Lo sceicco Ahmed Yassin, e il suo delfino Abdel Aziz al Rantissi, i due leader di Hamas assassinati dall’aviazione israeliana nel 2004. Vicino il Che, nel suo classico ritratto. E poi Nasrallah, in una piccola foto sovrastata da un Cristo sofferente con la corona di spine. Saddam Hussein giovane, quello della rivoluzione baathista, e sopra Yasser Arafat, iconico con la keffyah. Piccolo, in basso, il re della canzone politica e popolare, sheykh Imam, lo sceicco cieco che cantava assieme al più grande poeta di strada egiziano, Ahmed Fouad Negm. Poi di nuovo Che Guevara, con i capelli corti. E infine il più famoso cantante arabo di oggi, Kathem el Saher, l’erede del grande Abdel Halim, l’usignolo che ha fatto sognare generazioni di ascoltatori. La lista delle foto assemblate a Ramallah è facilmente trasportabile a Beirut, in Siria, al Cairo. Perché la cosmologia contemporanea della regione può avere qualche aggiustamento nazionale, ma il succo resta il medesimo. Un mix fatto di nazionalismo, di miti della contrapposizione e del conflitto, di simboli della lotta contro i regimi. E di agganci alle icone pop dell’Occidente, la più insuperata delle quali, il Che, è stato anche trasformato dal/sul web arabo e riprodotto “alla Warhol”, di volta in volta con le fattezze del Mahatma Gandhi o del leader politico di hezbollah, lo sceicco Hassan Nasrallah.

Cosa significa, questo sincretismo dell’immagine? Che anche sulle rive sud ed est del Mediterraneo si è malati di quel relativismo new age che non fa differenza e mescola tutto a caso? No, niente affatto. Il tentativo, condotto da generazioni di giovani in cerca di una cultura pop che non sia schiacciata da nessuno, regimi od Occidente che dir si voglia, è semmai quello di costruire qualcosa senza distruggere l’eredità degli avi, vicini e lontani. Tradizione e modernità; miti antichi (il Saladino) e moderni (Nasrallah), deputati a salvare l’orgoglio degli arabi; profeti (il Cristo) ed eroi della politica (Arafat, Saddam, Nasser). E l’artista di Ramallah non è l’avanguardia. Il web arabo gronda sperimentazione, immagini, grafica interessante. Un percorso parallelo e contemporaneo a quello delle tv arabe, dove il gioco con l’immagine è stato fondamentale nella creazione di uno spazio dell’informazione che si affiancasse e, spesso, si contrapponesse alla lettura degli eventi del sud del mondo fatto dal primo mondo, quello ricco e al potere. Al Jazeera non è stata solo la tv che ha mostrato Osama Bin Laden e l’ha trasformato con una rapidità incredibile, e quasi certamente in maniera involontaria, in una icona pop che ha valicato i confini dell’Arabia. Al Jazeera è stata soprattutto la tv che ha innovato, dal punto di vista grafico e dell’immagine, il mondo ormai stantio dei network informativi stile Cnn. Strano, ma gli arabi non vietavano l’immagine, l’icona, la vignetta? La realtà è ben diversa dal battage delle vignette danesi e dell’islamofobia. La realtà parla di sigle televisive che battono per efficacia e novità quelle della Cnn e della Bbc. Parla di grafici al lavoro su internet che non hanno nulla da invidiare ai nostri. Parla di vignette politiche dure, pesantissime, e seguitissime, disegnate anche da penne islamiste e non solo dalle classiche penne laiche del Maghreb. Parla di graphic novel che sono ora in produzione anche al Cairo. E di fumetti che, seppure modulati secondo gli stilemi dei cartoonist americani, hanno per protagonisti eroi locali, arabi, musulmani. Solo che tutto ciò accade dietro un velo pesante. Non quello dello hijab, fin troppo iconico, ma non per gli arabi. Semmai, per noi. Il velo pesante, come quello che serra il palcoscenico, è quello dietro al quale tutto succede, senza che nessuno o solo alcuni se ne accorgano, a nord del Mediterraneo. Il che non significa, però, che niente accada. La cultura pop araba, invece, vive oggi una dimensione molto più interessante di quella vissuta dalle generazioni che hanno preceduto i giovani borghesi di Amman e di Dubai, o i ragazzi delle banlieu del Cairo e di Casablanca. In parte per l’ingresso in scena di uno strumento duttile e a basso costo come internet. E in gran parte perché la cultura pop globalizzata può essere assorbita oggi, paradossalmente, in modo meno supino e passivo di quanto succedesse pochi decenni fa. Chi usa l’immagine, nel mondo arabo, riesce spesso a digerirla come un bolo, e a riprodurla secondo moduli propri. L’esempio più incredibile: Al Jazeera, divenuta nel giro di dieci anni un brand alla stregua dei colossi occidentali dell’immaginario, un competitor a livello globale. Dietro la “goccia”, il complesso simbolo di Al Jazeera che usa la tradizionale calligrafia araba in chiave moderna, c’è però il resto, indistinto in mezzo al pubblico del network di Doha, che nascosto dalle lenti deformate dei presunti scontri di civiltà continua a lavorare. E a produrre immaginario, icone, miti.

في العام 2006، قضى تبلور فنان شاب فلسطيني في رام الله على معاداة الصور في العالم العربي والإسلامي. الأمر ليس مجرد حالة فردية: من الرسومات الهزلية إلى شبكة الإنترنت، من الموسيقى إلى التلفاز، الهوية الثقافية للعالم العربي تقدَّم وتصوَّر بشكل كبير من خلال الأسلوب العالمي للبوب. كلية لفن التصوير بمثابة قطعة زجاج محطمة تضم تلك الطبقة من العرب المهتمين بفن التصوير. هذه الطبقة من الفلسطينيين في هذه الحالة، نظراً لأن الفنان الشاب الذي ظهر هو فلسطيني، وتمت إستضافته في معرض عام 2006م في رام الله. ولكن كيف؟ العرب – وبالأخص العرب المسلمون – يهتمون بدراسة وتفسير الصور الرمزية والدلالية؟ يهتمون بدراسة الأساطير من خلال الصور؟ ما يتردد في أوروبا - في الأعوام السابقة - عودتنا على رفض حتى إحتمالية أن العالم العربي من الممكن أن تكون له صور، تمثيل لأشخاص من البشر، وبناء – استناداً إلى هذه الصور غالباً - الوصف لهذه الحقبة الإنتقالية الغريبة. إلا أن فنان رام الله الشاب وضع حداًّ لهذا الكلام النمطي الذي يتردد عن العرب في أوروبا من خلال تجميع بسيط لبعض المواد المختلفة. في هذا التجميع يوجد كل شيء تقريباً، مسيرة ثقافة البوب العربي خلال الثلاثة عقود الأخيرة. الشيخ أحمد ياسين وتلميذه عبدالعزيز الرنتيسي، قائدا حماس اللذان أغتيلا من قبل الطائرات الإسرائيلية في عام 2004م. وبالقرب الـ “شيه” في صورته الكلاسيكية. ثم بعد ذلك نصر الله في صورة صغيرة تعلوها صورة للمسيح وهو يتألم مرتدياً فوق رأسه تاجاً من الأشواك. صدام حسين شاباً أثناء الثورة البعثية، وفوقه صورة لياسر عرفات بغطاء الرأس الشهير الذي كان يرتديه. وفي الأسفل، صورة صغيرة لملك الأغنية السياسية والشعبية “الشيخ إمام”، ذلك الشيخ الأعمى الذي كان يغني مع أعظم شاعري الشارع المصري “أحمد فؤاد نجم”. ثم من جديد “شيه جيفارا” بشعره القصير. وفي النهاية أشهر المغنيين العرب الحاليين “كاظم الساهر”، خليفة “عبد الحليم”، العندليب الذي جعل أجيالاً من المستمعين يسيرون خلف طيف الحلم. قائمة الصور المجمعة في رام الله من السهل نقلها إلى بيروت ، سوريا وإلى القاهرة؛ لأن التقسيم الحالي للمنطقة من الممكن أن يطرأ عليه بعض التغييرات المحلية (الوطنية) ، ولكن يبقى الجوهر كما هو. خليط مكون من نزعات وطنية، تاريخ المعارضة والصدام، رموز الكفاح ضد أنظمة الحكم، صورة الـ “شيه” أشهر رموز البوب في الغرب، والتي تم تداولها على شبكة الإنترنت العربية وأعيد إنتاجها من قبل “ألا وارهول”، من وقت إلى آخر بملامح “المحاتما غاندي” أو قائد حزب الله الشيخ حسن نصر الله. ماذا يعني هذا الترتيب للصور؟ أنه حتى على الناحية الجنوبية و الشرقية للبحر الأبيض المتوسط أصبح الناس مولعين بنسبية العصر الحديث التي لا تفرق بين أحد وتخلط الجميع عشوائياً؟ لا، لا البتة. المحاولة التي يقوم بها الجيل الشاب في البحث عن ثقافة بوب لا يهاجمها أحد – سواء أنظمة الحكم أو الغرب – إنما هي محاولة بناء شيء لا يلغي إرث الأجداد القريبين والبعيدين. التقليد والحداثة؛ التاريخ القديم (صلاح الدين) والحديث (نصر الله)، نواب إنقاذ الكبرياء العربي، أنبياء (المسيح) وأبطال سياسيون (عرفات، صدام، ناصر). فنان رام الله ليس تياراً طليعيًّا. من خلال الصور، تزخر شبكة الإنترنت العربية بتجربة تصويرية مثيرة للإهتمام. وهو طريق موازي ومعاصر للتلفزيون العربي، حيث أن استغلال الصورة كان أساسياًّ في خلق مساحة معلوماتية تجاري - وغالباً تعارض - قراءة أحداث جنوب العالم المُعَدَّة من قِبَل العالم الأول، ذلك الغني ذو السلطة. الجزيرة لم تكن فقط التلفزيون الذي أظهر بن لادن وحولته بطريقة سريعة جداً لا تصدق - وحتماً غير مقصودة - إلى رمز شعبي تخطت شهرته حدود المملكة العربية السعودية. الجزيرة كانت بالأخص القناة التليفزيونية التي جائت أحدثت طفرة - من ناحية الجرافيك والصورة – في عالمٍ يَعُجُّ بالشبكات المعلوماتية، مثل شبكة الـ Cnn الإخبارية. أمرٌ غريب، ولكن العرب لم يكونوا يمنعوا الصور، الرموز، الرسومات الكاريكاتيرية؟ الحقيقة تختلف تماماً عن الترويج للرسومات الكاريكاتيرية الدنماركية وللإسلاموفوبيا. الحقيقة تتحدث عن ظهور شبكات إخبارية تليفزيونية تتنافس بفعالية وحداثة مع شبكتي الـ Cnn و الـ Bbc الإخباريتين. الحقيقة تتحدث عن ظهور مصممين جرافيك يعملون على شبكة الإنترنت ولا يقلون في المستوى عن مصممينا. الحقيقة تتحدث عن الرسومات السياسية الساخرة اللازعة، الثقيلة، والمتلاحقة، بعضها رسمتها أقلام إسلامية، وليس فقط الأقلام الكلاسيكية العلمانية بالمغرب. الحقيقة تتحدث عن قصص مصوَّرة تنتج الآن في القاهرة، وكذلك عن القصص التي تحوي رسوماً هزلية والتي – بالرغم من أنها مستوحاة بشكلٍ كبيرٍ من مثيلاتها بأمريكا – إلا أنها تستمد شخصياتها من الأبطال المحليين، العرب، والمسلمين. ولكن كل هذا يحدث خلف حجاب ثقيل. ليس ذلك الحجاب الذي ترتديه المرأة، والذي أصبح أكثر جذباً للانتباه ليس للعرب، ولكن لنا بشكل أكبر. الحجاب الثقيل، مثل ذلك الذي يُسدَل على خشبة المسرح، هو ذلك الحجاب الذي يحدث خلفه كل شيء - دون أن ينتبه أحد لذلك - بشمال البحر الأبيض المتوسط. ولكن هذا لا يعني أن لا شيء يحدث. اليوم، ثقافة البوب العربية تأخذ بُعداً مثيراً للاهتمام أكثر من تلك التي عاشتها الأجيال التي سبقت الشباب البرجوازي في عمان ودبي، أو شباب القاهرة والدار البيضاء؛ ربما بسبب دخول وسيلة فعالة وغير مكلفة مثل الإنترنت، وربما – على الأرجح – انتشار ثقافة البوب في العالم جعل من السهل – اليوم – هضم واستيعاب تلك الثقافة بطريقة أكثر سلاسة مقارنةً بما كان يحدث قبل عشرات السنين. من يستخدم الصورة في العالم العربي، يستطيع في الغالب أن يتعامل معها كالمضغة، ثم يعيد تقديمها وفقاً لنماذج أخرى يألفها. المثال الذي لا يصدق: الجزيرة، التي أصبحت في غضون عشرة سنوات علامة مسجلة تنافس عمالقة الصورة في الغرب. لقد أضحت منافساً لا يستهان به على المستوى العالمي. خلف “القطرة” - الرمز المعقد للجزيرة التي تستخدم الخط العربي في صورة حديثة - هناك أيضاً الباقي - غير المعروف وسط جمهور شبكة الدوحة - المستمر في العمل، وإنتاج صور ورموز ومواد فيلمية، كل هذا يسير بعيداً عن العدسات المشوَّهة من جراء الصدامات الحضارية المحتملة.

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