10 febbraio 2014

31 gennaio al 2 febbraio: i lavori della Carta di Lampedusa. Maria Marano racconta ad aljarida i tre giorni passati sull’isola in occasione dell’evento.

Il 31 gennaio siamo arrivati in tanti a Lampedusa. Provenienti da diverse parti d’Italia, d’Europa, da Tunisi, da Gerusalemme, in rappresentanza di associazioni, movimenti, sindacati, ma anche come singoli cittadini. Una variegata parte della società civile arrivata sull’isola con un obiettivo comune ben definito: affermare, a gran voce, il bisogno di tenere in massima considerazione il diritto di ogni essere umano a vivere degnamente e liberamente sulla Terra, senza alcuna distinzione fatta sulla base della cittadinanza, della condizione economica, sociale o giuridica. I tre giorni di lavori, dal 31 gennaio al 2 febbraio, si sono aperti con le testimonianze di chi l’isola la vive nella sua quotidianità. Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, nel suo intervento ha rivendicato il bisogno di far diventare il Mediterraneo la chiave di volta per mettere in atto nuove politiche comuni sulle migrazioni, nuove politiche di sviluppo e di cooperazione, affinché Lampedusa non sia più terra di diritti violati degli isolani e dei naufraghi, che prima di esserlo del mare lo sono del nostro modello di sviluppo, ma possa diventare un posto simbolo dove vengono riconosciuti i diritti della popolazione locale e dei migranti. La testimonianza del rappresentate dei piccoli imprenditori così come la voce delle donne/mamme di Lampedusa (intervenute il terzo giorno) hanno denunciato la mancanza di servizi relativi ai trasporti, all’istruzione, alla sanità. Lampedusa non ha ad esempio un ospedale, le donne per partorire devono recarsi sull’isola madre, i bambini sono costretti a fare i turni a scuola a causa delle carenti infrastrutture scolastiche. Una mamma ha dichiarato “A Lampedusa ci sentiamo extracomunitari, più vicini all’altra sponda che all’Italia”. Questo perché messi ai margine delle risorse economiche italiane che ignorano i bisogni dell’isola per quanto concerne ad esempio il settore dei trasporti, dell’istruzione, della sanità. Un militante del collettivo lampedusano Askavusa, che in siciliano significa“scalza”, ha spiegato come i soldi in Italia vengano spesi male, perché investiti nella militarizzazione delle frontiere e nelle politiche di detenzione. Soldi che invece andrebbero investiti in scuole, ospedali, progetti utili alla collettività. E’ nella seconda giornata di lavori che l’assemblea, dopo 10 lunghe ore di vivo dibattito, dopo la lettura di ogni singola parte del documento, ha approvato il testo definitivo della Carta di Lampedusa, nato grazie a un percorso di scrittura collettiva online portato avanti già da alcuni mesi. La Carta si presenta, non come una proposta di legge ai governi, ma come “un patto tra tutte le realtà e le persone che la sottoscrivono nell’impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti, nei modi, nei linguaggi e con le azioni che ogni firmatario/a riterrà opportuno utilizzare e mettere in atto”. Il documento afferma nella sua prima parte una serie di libertà: la libertà di movimento, la libertà personale, la libertà di scelta, la libertà di restare, la libertà di costruzione e realizzazione del proprio progetto di vita in caso di necessità di movimento, la libertà di resistenza. Mentre nella seconda parte, più concreta, chiede la chiusura dei Cie, l’abrogazione del sistema Eurosur, la chiusura dell’agenzia Frontex, l’abolizione del sistema dei Visti, del regolamento di Dublino, del meccanismo che lega il permesso di soggiorno a un rapporto di lavoro. Il documento assume come spazio di applicazione di quanto sancisce l’intero pianeta e il Mediterraneo come suo luogo di origine e, al centro del Mediteranno, Lampedusa. Isola che racchiude una storia e una cultura straordinaria grazie alla sua posizione, che ne fa un ponte naturale tra l’Europa e l’Africa, ma che allo stato attuale rappresenta il simbolo di ciò che significa chiudere i confini. I naufragi del 3 e 11 ottobre 2013, che hanno visto la morte di più di 600 migranti, sono solo gli ultimi episodi drammatici di un Mediterraneo trasformato in un cimitero marino a causa delle attuali politiche di governo in materia di migrazioni. I tre giorni di lavori si sono chiusi con una testimonianza molto importante, quella di Imed, rappresentante dell’associazione “La Terre pour tout”, che ha raccontato il dramma dei familiari dei tunisini dispersi dopo il naufragio del 2012. E’ la prima volta che in un Paese di provenienza dei migranti si costituisce un movimento che chiede la verità su quanto accaduto ai propri familiari. Imed ha auspicato che la carta di Lampedusa possa dar vita ad una collaborazione fra i paesi del Mediterraneo volta ad impedire che vi siano ulteriori tragedie in mare. L’approvazione della Carta rappresenta un punto di partenza per un percorso collettivo che ci si augura possa coinvolgere sempre più realtà, la sottoscrizione del documento, disponibile sul sito www.lacartadilampedusa.org, è aperta a singoli e associazioni che ne condividono i contenuti e si impegnano a concretizzarli. In questa prospettiva sono state già fatte delle proposte tra le quali: la creazione di un blog aperto a tutti, la mobilitazione generale per la chiusura dei centri di detenzione amministrativa in tutta Europa, l’organizzazione di “Carovane” su tratte significative dei percorsi migratori dall’Africa all’Europa e nei campi profughi della Tunisia e del Libano.

di Maria Marano

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