15 agosto 2007

Libano: i fronti aperti contro il futuro

لبنان: الجبهات المفتوحة ضد المستقبل

Una analisi della questione libanese, un anno dopo la guerra del 2006, alla vigilia delle elezioni nazionali. Articolo del nostro inviato in Libano.

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Si leggono ovunque analisi sulla situazione libanese. A volte contrastanti l’un l’altra. A volte unanimi. Gli e eventi si susseguono freneticamente e lasciano intravedere a fatica un futuro concreto per questo paese, a cui l’Europa sembra essere molto interessata. Dalla morte di Rafiq Hariri l’occidente ha cercato di capire e, tal volta, di influenzare le politiche libanesi, soprattutto dopo la guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele, dando poca voce alle dinamiche interne al paese. Le problematiche interne derivano, in realtà, da molto prima: dagli anni della guerra civile. Durata quindici anni (dal ’75 al ’90) ha sfalsato i rapporti tra le comunità e ha creato l’avvio ad un balcanizzazione interna, di cui vediamo oggi le conseguenze, gestiti da una divisione delle cariche statali su base confessionale. I trent’anni di occupazione siro/israeliana hanno accresciuto questa divisione e, paradossalmente, anche la rapida liberazione dalla Siria imposta dalle Nazioni Unite nel 2005 ha rotto i fragili equilibri che si stavano creando. La guerra civile portò alla creazione di partiti settari e milizie su base confessionale, finanziati maggiormente da Stati esterni. Questi ancora esistono, ma non racchiudono le intere comunità. Le stesse fazioni religiose sono intrappolate sotto il marchio di partiti (con relative milizie) che si schierano radicalmente l’una contro l’altra. Le politiche degli ultimi decenni, spesso decise sotto supervisione di Stati esterni, tra cui le potenze occidentali, hanno portato all’accentuazione delle differenze, più che degli aspetti comuni degli abitanti del Paese. Questa differenziazione viene valutata ancora ad oggi su base religiosa. In pochi, dall’esterno, si rendono conto che le differenze sono basate su stratificazioni sociali slegate dalla religione. Le grosse famiglie sunnite delle grandi città cercano di spartirsi il potere, mentre nel resto del Paese vi sono zone, più o meno agiate, in cui lo Stato non riesce a garantire i suoi servizi a pieno e questi sono stati sostituiti con quelli della società civile, a vantaggio di chi ora decide le sorti del paese sostenuto dai voti di una specifica comunità. Ci sono in Libano diciassette comunità religiose divise su tre milioni di abitanti. Non si fa mai riferimento alle divisioni politiche che vi sono nel Paese. La resistenza nel sud, ad esempio è composta da musulmani sciiti, da nazionalisti siriani (laici e panarabi) e dal partito comunista libanese che si sono dati aiuto logistico a vicenda.

Nel febbraio del 2006 l’antisiriano Michel Aoun (cristiano), che aveva combattuto contro la Siria durante gli ultimi anni di guerra civile, e il capo di Hezbollah, la principale milizia sciita e maggiore fonte di servizi sociali nel sud del Paese, si unirono firmando una carta di obiettivi comuni. Al suo rientro in patria dopo quindici anni di esilio in Francia Aoun chiese apertamente la creazione di una commissione d’inchiesta per verificare le cause di un debito pubblico tanto elevato e per fermare la corruzione del Paese, portata avanti durante gli anni dei governi del primo dopoguerra. Aoun è oggi il personaggio più amato dalla comunità cristiana libanese e a seguirlo vi sono moltissimi sunniti, sciiti e drusi, delusi dall’incapacità dei governi precedenti e fiduciosi in questo personaggio che tanto ha lottato per la liberazione del Libano, in quanto nazione composta da libanesi, senza riferimento alla comunità di appartenenza. Il documento firmato dai due leader prevede il dialogo tra fazioni politiche, una democrazia consensuale basata sulla coesistenza di più comunità, una legge elettorale più equa e svincolata dall’appartenenza comunitaria, la costruzione di uno Stato moderno e pluriconfessionale, una riconciliazione tra tutte le parti che hanno combattuto durante la guerra civile, la liberazione dei prigionieri di guerra libanesi detenuti in Israele, una riforma sulla questione della sicurezza nazionale, con un ruolo importante per le milizie Hezbollah che costituirebbero una forza specializzata nel combattimento nel sud, mantenendo le stesse tattiche di guerriglia difensiva, e la stipulazione di accordi specifici per gestire le relazioni tra il Libano e i suoi vicini siriani e palestinesi. Il cambiamento delle politiche di Aoun, sempre contrario ad un avvicinamento alla Siria, si deve al fatto che una volta avvenuta la liberazione del Libano è necessario un dialogo con unico Paese confinante oltre a Israele, rispettando la sovranità nazionale libanese. Oggi è tacciato di essere pro-siriano, nonostante la sua aspra lotta contro l’esercito occupante siriano durante la guerra civile. Hezbollah ha necessità di trovare un forte alleato per non rimanere isolato e per dimostrare la sua apertura al dialogo con le altre comunità. Aoun e i politici cristiani a lui vicino stanno invece cercando di creare un fronte comune contro la presa di posizione sunnita, sempre più imponente e vincolata alle decisioni esterne (saudite e statunitensi), rappresentata dal 1992 dai governi Hariri e dal suo movimento. Una vicinanza ai partiti sciiti controbilancerebbe questo potere, sempre più influente in tutta l’area mediorientale. La vicinanza all’Europa (soprattutto Francia e Italia) dei governi Hariri e l’amicizia personale di politici europei e libanesi legati al movimento ci porta a dare una voce unanime all’appoggio pro-governativo, contro un’opposizione confusamente descritta come sciita. Il movimento del 14 di marzo, quello governativo, è pluriconfessionale ma gestito interamente dal movimento del Futuro di Hariri (al Mustaqbal) a causa della sua sproporzionata grandezza rispetto agli altri. L’opposizione, ancora in fase sperimentale, darebbe invece spazio a diverse fazioni religiose e laiche, bilanciate l’un l’altra e costrette ad un dialogo in quanto ogni gruppo rappresenta una grande fetta della popolazione.

Oltre all’estenuante guerra dei 33 giorni, alcuni tristi episodi hanno segnato la fine del 2006, attentando alla fragile stabilità del paese: due deputati uccisi in pochi mesi, sei autobomba rivolte a zone popolate da diverse comunità, un attentato alla forza multinazionale Unifil e i pesanti scontri nel campo palestinese di Nahr el Bared, nella periferia nord di Tripoli. La popolazione, stanca di vivere fratricidi, resiste tenacemente alla tentazione di uno scontro diretto tra comunità, capendo che i mandanti di tale progetto vivono all’esterno del paese e hanno interessi geopolitici più ampi, volti alla totale destabilizzazione dell’area. Quale potrebbe essere la causa di tale violenza? In primo luogo bisogna soffermarsi sulle salde relazioni tra il Partito di Dio e le organizzazioni internazionali presenti sul territorio. Relazioni non solo necessarie per poter operare in questa piccola fascia di terra, tra il Litani e lo stato israeliano, ma anche utili per garantire efficacia nei servizi, aiuti logistici e una concreta possibilità di intervento. Le continue accuse alla Siria da parte del Governo e l’indiretta presunzione di una complicità da parte di Hezbllah, tendono ad indebolire l’immagine del partito sia all’interno che all’esterno del paese. L’attacco diretto alle al contingente spagnolo di Unifil potrebbe essere stato scatenato da un tentativo di questo tipo. Alcune rivendicazioni di Al Zawahiri, massimo esponente di Al Qaeda, potrebbero far pensare ad un tentativo più ampio di attacco verso le “forze occupanti” rappresentate dal contingente internazionale. Ricordiamo, però, che Al Qaeda è un raggruppamento sunnita, che tende a non dare alcun tipo di appoggio alla guerriglia sciita del sud del Libano. Lo stesso Al Zawahiri, ritenuto sostenitore della guerriglia nel campo di Nahr el Bared portata avanti del gruppo salafita Fatah al Islam, non ha mai menzionato gli atti di violenza in Libano nei tre discorsi tenuti durante gli ultimi mesi. Questo non rientrerebbe nella strategia comunicativa di Al Qaida, che ha sempre rivendicato le sue azioni nel passato (Dyab Abu Jahjah). Su questi mesi di combattimenti, iniziati il 20 Maggio del 2007 si sono sentite diverse opinioni ma molti sono i quesiti proposti dalla stampa libanese e da quella internazionale. In un articolo di Seymour Hersh, pubblicato sul NewYorker il 5 Marzo del 2007 (tre mesi prima dell’inizio dei combattimenti), viene denunciato l’armamento da parte di Fatah al Islam nel campo palestinese del nord del Libano. A questa voce non è stato dato credito. Alestair Crooke, operatore dei servizi segreti inglesi, prevedeva già da allora un possibile tentativo di armare una milizia sunnita per contrastare le milizie sciite del sud. I campi palestinesi in Libano sono parti di città delimitate da un muro, con cancelli presidiate dall’esercito libanese che permette l’ingresso solo a chi possiede un regolare permesso ottenuto presso gli uffici dell’intelligence libanese. All’interno dei campi le autorità libanesi non hanno alcun potere ed è dunque facile ogni tentativo di destabilizzazione. In molti in Libano si chiedono come abbiano fatto ad entrare munizioni sufficienti a sostenere tre mesi di combattimenti quotidiani, missili katiusha, miliziani siriani, libanesi, e pakistani. Una risposta chiara non è ancora stata fornita ma il risultato di tale distrazione sono oltre 20.000 sfollati, centinaia di morti su entrambi i fronti e la quasi totale distruzione del campo stesso. È importante sottolineare che ben pochi tra i miliziani uccisi o arrestati erano palestinesi, nonostante si continua a parlare di una guerriglia palestinese. Alta è la tensione anche nei campi nel sud del paese, nei pressi di Saida (Sidone). Altri gruppi armati si stanno preparando per un tentativo di guerriglia nel campo di Ain el Helwe. In particolar modo i movimenti jihadisti Jund a Sham e Osbat Al-Ansar, che hanno già tentato nel mese di giugno di scatenare uno scontro diretto con l’esercito libanese, contano oltre mille miliziani pronti addestrati per la guerriglia cittadina. Fortunatamente gli scontri non sono durati che poche ore.

Ad intimorire la popolazione e la comunità internazionale sono le elezioni presidenziali, già rimandate due volte. Per legge il Presidente della Repubblica deve essere un membro della comunità cristiano-maronita, maggioranza nel paese ai tempi del mandato francese. La maggioranza del governo voterà, chiaramente, qualcuno vicino al movimento Hariri, che oggi non rappresenta più la maggioranza della popolazione. Dopo “vittoria di Dio” del 2006 e le manifestazioni che stanno bloccando Beirut dal Novembre del 2006, è indubbia una volontà di cambiamenti, presentati dell’opposizione diretta dal cristiano Aoun e dai partiti sciiti di Hezbollah e Amal. In caso di vittoria il Partito di Dio, nonostante la sua aperta alleanza con l’Iran, si troverebbe costretto a moderare le sue ambizioni e a scendere a patti con le controparti di altre confessioni. La popolazione del sud è unanime nell’appoggio Hezbollah per i servizi offerti durante gli ultimi quindici anni. L’esercito libanese ha riaperto le sue postazioni nel sud dopo il conflitto del 2006. Prima di allora è sempre stata la milizia sciita a garantire l’ordine nell’area, arrivando a liberare la zona dalla presenza israeliana nel 2000, senza l’aiuto dell’esercito regolare. Scuole, ospedali e servizi di prima necessità sono stati apportati del partito e dai suoi alleati, con l’aiuto di fondi provenienti dall’estero, provocando una presa di coscienza islamica sciita non indifferente tra la maggior parte della popolazione del sud. Anche dopo il conflitto dell’anno scorso, Hezbollah si è preoccupata di pagare un alloggio provvisorio a tutti gli iscritti al partito che persero la casa durante i bombardamenti, prendendosi carico della ricostruzione degli edifici. Questo ha avuto, chiaramente, un forte impatto sulla popolazione.

Lo scontro è dunque raggruppato tra due blocchi: il movimento dell’8 marzo (l’opposizione) e quello del 14 di marzo (il governo). La società civile sta cercando di invitare al dialogo. L’11 di Marzo, il giorno esattamente a metà tra l’8 e il 14, un movimento di cittadini di Beirut, presiediti da imprenditori, si è riappropriata del centro della città, occupato dalle forze dell’opposizione dal novembre precedente, fronteggiato dai carri armati dell’esercito. Chiara è dunque la volontà di un compromesso pacifico tra i due blocchi e di una presa di coscienza libanese tra gli abitanti di questa piccola terra.

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