Conoscenze e denaro, per molti lavoratori immigrati o rifugiati in Libano, sembrano essere l’unica via di fuga dalla detenzione prolungata.
العلاقات والمال، بالنسبة لكثير من العمال المهاجرين إلى لبنان أو اللاجئين إليها، تبدو وكأنها الحل الوحيد للنجاة من احتجازهم لفترة طويلة.
di Simba Rousseau
Angie e suo marito sono rifugiati dal Sudan. La polizia libanese li ha colti più volte senza documenti di soggiorno e sono riusciti ad ottenere il rilascio grazie al forte sostegno della comunità sudanese in Libano, che in fretta raccoglie fondi per aiutare chi è stato arrestato.
“La polizia pensa che i sudanesi abbiano soldi perché riusciamo sempre a racimolare il denaro per far rilasciare i detenuti. L’UNHCR (Alto Commissariato ONU per i rifugiati) non fa nulla per aiutarci”, spiega Angie. “Nonostante l’esistenza di un numero verde per i diritti dei rifugiati, a rispondere è sempre una segreteria telefonica. Un detenuto non ha nessuno a cui rivolgersi, nemmeno se riconosciuto come rifugiato politico”.
Il centro di detenzione di Adlieh sorveglia un gruppo di donne e uomini migranti e molti rifugiati che hanno trascorso più di un anno in carcere senza la possibilità di presentare il proprio caso davanti ad un giudice. Secondo un recente studio pubblicato dal Centro Libanese per i Diritti Umani (CLDH), tutte le carceri libanesi sono sovraffollate, inadeguate ad ospitare nuovi detenuti e vi è mancanza di assistenza medica.
Detenzione Arbitraria
Riuniti fuori dal carcere di sicurezza di Adlieh, decine di attivisti gridano la propria indignazione per la prolungata detenzione dei lavoratori immigrati e dei rifugiati. Il sit-in organizzato da CLDH vuole evidenziare le terribili condizioni dei detenuti. Ogni giorno centinaia di vetture passano sulle teste di altrettanti detenuti, rinchiusi sotto un ponte, in uno spazio che doveva servire come parcheggio sotterraneo. Non essendoci finestre, i detenuti rimangono settimane o mesi sottoterra in luoghi non sufficientemente ventilati. Passano il tempo seduti, senza potersi sgranchire le gambe. I pasti consistono principalmente in purè di patate, pane e formaggio. I pochi che riescono a lasciare il carcere soffrono soprattutto di atrofia muscolare e diminuzione della vista. Il vero problema, però, è il deterioramento psicologico.
Di solito ci sono 30-35 persone per ognuna delle 13 piccole celle. I detenuti possono lasciare le celle solo per investigazioni, per visite familiari o mediche.
“Le detenzioni indefinite e le condizioni spaventose in cui versano, cercano di spingere i detenuti a chiedere il rimpatrio, nonostante lo status di rifugiato riconosciuto dall’UNHCR. Anche chi tra i lavoratori chiede il rimpatrio, viene rinchiuso in questi centri fino all’adempimento delle pratiche burocratiche” dichiara CLDH alla stampa.
Il mese scorso CLDH ha denunciato un tentativo di rimpatrio forzato di un rifugiato iracheno, all’aeroporto internazionale di Beirut. Rappresentanti della Sicurezza Generale hanno riferito di aver visto l’uomo in manette trascinato fino alla zona d’imbarco.
Gruppi per i diritti umani come CLDH chiedono la chiusura del centro di detenzione di Adlieh, che dal punto di vista giuridico non è un carcere, ma un centro dove permanere al massimo 48 ore. “Secondo la legge libanese, l’irregolarità non è un crimine. La ragione principale per cui queste persone si trovano in questa condizione è che i datori di lavoro non vogliono pagare loro il biglietto di ritorno. Le ambasciate, inoltre, non sono consapevoli della loro detenzione” dice Roula Masri, coordinatrice del Collettivo per la Ricerca e la Formazione per le Azioni di Sviluppo (CRTDA). L’unico crimine di molte di queste persone è non avere un documento regolare, nonostante lo status di rifugiato politico.
بقلم: سيمبا روسّوه
هاجرت أنجييه وزوجها من السودان إلى لبنان. تم إلقاء القبض عليهما من قبل الشرطة اللبنانية أكثر من مرة دون أن تجد معهما الوثائق الرسمية لإقامتهما، وكل مرة كان يُطْلَق سراحهما بفضل مساندة الجالية السودانية في لبنان لهما، التي يقوم أفرادها على وجه السرعة بجمع المال اللازم لمساعدة من تم إلقاء القبض عليه. تقول أنجييه: “تعتقد الشرطة أن السودانيين لديهم الكثير من المال، لكننا ننجح بالكاد في جمع الأموال من أجل إطلاق سراح المحتجزين. المفوضية العليا للأمم المتحدة لشؤون اللاجئين (UNHCR) لا تقدم لنا أية مساعدة. بالرغم من وجود خط ساخن لدعم حقوق اللاجئين، إلا أن من يجيبنا دائماً هو جهاز الرد الالي. ليس لدى المحتجز من يستطيع اللجوء إليه، حتى وإن كان لاجئاً سياسياً”.
مركز “عدليه” لشؤون المحتجزين يضم مجموعة من السيدات والرجال المهاجرين ولاجئين آخرين كثيرين أمضوا أكثر من عام في السجون دون أن تُعْرَض قضيتهم أمام القضاء. ووفقا لدراسة نشرها مؤخراً المركز اللبناني لحقوق الإنسان (CLDH)، فإن جميع السجون اللبنانية تعج بالمحتجزين، وغير قادرة على استيعاب محتجزين آخرين، علاوة على غياب الرعاية الطبية بها.
لا للاحتجاز المستبد خارج سجن الأمن التابع للمركز اللبناني لحقوق الإنسان، بهذه الجملة أعرب عشرات الناشطون عن سخطهم إزاء استمرار احتجاز العمال المهاجرين واللاجئين. ويهدف الاعتصام الذي نظمه المركز اللبناني لحقوق الإنسان (CLDH) إلى تسليط الضوء على الظروف القاسية التي يعاني منها المحتجزون. كل يوم تمر مئات السيارات فوق رؤوس السجناء المحتجزين تحت أحد الجسور، في مكان كان من المقرر أن يتحول إلى موقف سيارات تحت الأرض. ونظراً لعدم وجود نوافذ، يظل السجناء أسابيعاً أو شهوراً في أماكن تحت الأرض لا تهوية كافية فيها. يقضون الوقت جالسين، دون أن يجدوا متسعاً لمد أرجلهم. الوجبات الرئيسية التي تقدم لهم لا تتعدى البطاطس المهروسة، والخبز، والجبن. القليلون الذين يتمكنون من مغادرة السجن يعانون على وجه الخصوص من ضمور العضلات وضعف الإبصار. لكن المشكلة الحقيقيية تكمن في التدهور النفسي. فهناك عادة ما بين 30 و 35 شخصاً في كل زنزانة من أصل 13 زنزانة صغيرة. يستطيع السجناء أن يغادروا الزنزانة فقط للتحقيق، أو للزيارات العائلية أو الطبية.
“من خلال احتجازهم لمدة غير محددة والظروف القاسية التي يكابدونها، يحاولون إجبارالمحتجزين على طلب العودة إلى أوطانهم، بالرغم من كونهم لاجئين معترف بهم لدى المفوضية العليا للأمم المتحدة لشؤون اللاجئين (UNHCR). كما أنه من يطلب، من العمال المحتجزين، العودة إلى وطنه، يظل محتجزاً في هذه المراكز إلى حين انتهاء الإجراءات الحكومية (البيروقريطية)”، هذا ما أعلنه للصحافة المركز اللبناني لحقوق الإنسان (CLDH). وفي الشهر الماضي، قدم المركز اللبناني لحقوق الإنسان (CLDH) شكوى ضد محاولة إجبار لاجيء عراقي بمطار بيروت الدولي على العودة إلى وطنه. ولقد صرح بعض مسؤولي الأمن العام بأنهم رؤوا هذا الشخص مُكَبَّل اليدين ويُجَر إلى منطقة الركوب.
تطالب مراكز لحقوق الإنسان مثل المركز اللبناني لحقوق الإنسان (CLDH) بغلق مركز “أدلييه” لشؤون المحتجزين، والذي لا يعد سجناً من المنظور القضائي، ولكنه مركزاً للبقاء فيه مدة لا تتعدى الـ 48 ساعة، طبقاً لما ينص عليه القانون اللبناني.
عدم شرعية وضع المهاجرين لا تعد جريمة. رولا مصري، منسق جمعية الأبحاث والتدريب للعمل التنموي (CRTDA) تقول: “السبب الرئيس الذي يوضع به هؤلاء الأشخاص في مثل هذه الظروف هو أن أصحاب العمل يرفضون إعطاء العامل ثمن تذكرة العودة. كما أن السفارات لا تكون على علم باحتجازهم”. الجريمة الوحيدة التي ارتكبها كثيرون من هؤلاء الأشخاص هو عدم حملهم لمستند قانوني، بالرغم من كونهم لاجئين سياسيين.