Profughi ieri, profughi oggi. “Reinsediamento a Sud”, nel paese dell’accoglienza un futuro pieno di ombre
Comunità palestinese di al-Tanaf - www.paliraq.com
لاجئو الأمس، لاجئو اليوم. المقصد الأخير: إيطاليا. إعادة التوطين في الجنوبالإيطالي، مستقبلٌ تُخَيِّمُ عليه الظلال
بقلم: فلسطنيو العراق www.paliraq.com
Centottanta rifugiati palestinesi d’Iraq, in fuga dal Paese dove, rifugiati già da sessant’anni, alla caduta del regime di Saddam Hussein e all’insorgere della guerra civile erano diventati il bersaglio di violenze, persecuzioni e vendette proprio in virtù del loro essere sunniti e palestinesi. Tre anni di peregrinazioni. Respinti dalla Siria che non voleva scottarsi le mani con una questione irrisolta da sessant’anni, quella appunto del riconoscimento dei rifugiati palestinesi impossibilitati, inoltre, a tornare nelle loro case in Iraq, si sono trovati a vivere per due anni nel campo profughi di al Tanaf nel deserto al confine tra i due Paesi.
Il loro girovagare si è concluso in Italia, grazie ad un progetto biennale del Ministero dell’Interno che li ha reinsediati nei due comuni calabresi di Riace e Caulonia. Tra essi, una grande percentuale di donne, bambini, anziani, persone malate o con gravi disabilità.
Quando ancora nel deserto, essi avevano accolto con ottimismo il progetto, nella prospettiva di raggiungere l’agognata Europa e lasciarsi alle spalle tutte le sofferenze del passato. Eppure dopo quasi un anno nei due Comuni le loro speranze si sono affievolite, scontrate con la realtà di un progetto costellato di difficoltà, disagi e promesse mancate.
Il progetto, denominato “Reinsediamento a Sud”, nasce da un’iniziativa di Domenico Lucano e Ilario Ammendolia, rispettivamente sindaci di Riace e Caulonia, nel novembre 2008. I due sindaci, forti di una decennale militanza a sostegno della causa palestinese, soprattutto per quanto riguarda Lucano, accettano di curare il reinsediamento del gruppo in Italia. Vengono stanziati 2 milioni di euro annuali, da destinare ai servizi per l’accoglienza: dall’alloggio all’assistenza sanitaria e psicologica, dalla mediazione culturale alle iniziative per l’integrazione sociale, dalla
scolarizzazione dei minori ed i corsi intensivi di lingua italiana per gli adulti ai corsi di formazione professionale ed i programmi di orientamento al lavoro e al supporto nella ricerca di un impiego.
Il primo gruppo di rifugiati arriverà in Italia nel novembre 2009. I due paesi, però, non erano pronti ad accogliere quasi 200 nuovi cittadini, né avevano le strutture adeguate per procedere all’organizzazione dell’accoglienza ed alla messa in atto del progetto. Gli stessi finanziamenti ministeriali sono giunti ai Comuni solo a febbraio 2010. In meno di un anno, i due Comuni hanno dovuto nominare gli enti gestori, assumere gli operatori, affittare gli appartamenti per le famiglie, ristrutturarli, in alcuni casi provvedere all’arredamento ed all’acquisto di stoviglie, biancheria, tv col satellite, allaccio ai servizi e così via. La prima impressione delle famiglie palestinesi è quella di una forte disorganizzazione: case non ancora pronte, nessun mediatore arabo, ritardi nell’inserimento scolastico e nell’organizzazione di corsi di formazione per i più giovani.
Con il passare dei mesi, pur avendo garantita la casa e ricevendo un regolare bonus mensile, molti problemi sono rimasti invariati, soprattutto per quanto riguarda i corsi di formazione e le iniziative per l’inserimento lavorativo.
Infine, il contesto. Il contesto di un paese accogliente, è vero, popolato da persone cordiali e sorridenti… ma, agli occhi dei palestinesi, inadatto a qualunque prospettiva di lungo periodo. La Locride è terra di emigranti. Allo stesso modo, questi rifugiati non vedono per sé nessuna speranza di potersi stabilire nella zona quando, fra poco più di un anno, il progetto sarà concluso e dovranno cavarsela da soli. Alcuni di loro raccontano di aver già cercato lavoro in questi mesi, ma i loro racconti somigliano pericolosamente a quelli, tristemente famosi, di Rosarno, una sessantina di chilometri più in là: un posto di tappezziere a 500 euro al mese, manodopera in campagna per 20 euro al giorno, e via così, sempre in nero. In più, essi lamentano la mancanza di un vero e proprio centro specializzato nell’insegnamento della lingua italiana, con un programma definito e insegnanti titolati, nonché di percorsi per la formazione e l’orientamento al lavoro dei giovani.
Certo, ci dicono che la sfida dell’accoglienza sta proprio nel saperla coniugare allo sviluppo locale, alla rinascita di una zona in preda ad uno spopolamento cronico. In effetti, questo sviluppo c’è stato. Con il progetto di reinsediamento si sono affittate case che prima erano vuote, decine di operatori hanno ora un lavoro, l’economia locale ha avuto un po’ di brio. Ma alla fine di tutto questo, cosa resterà ai rifugiati? Qualche parola di italiano, il ricordo dell’ospitalità calabrese, e poi? Via, con una famiglia da mantenere, a cominciare un’altra volta da zero.
مائة وثمانون من اللاجئين الفلسطينيين في العراق يفرون من البلد التي لجئوا إليها بعد أن كانوا قد فروا من بلدهم منذ ستين عاماً. ففي أعقاب سقوط نظام صدام حسين واندلاع الحرب الأهلية في العراق، أصبحوا هدفاً لأعمال العنف، والملاحقات، والأعمال الانتقامية فقط لكونهم فلسطينيون مسلمون سُنة.
ثلاث سنوات من التيه والتجوال. مرفوضون من سوريا التي لم تُرِدْ أن تغمس يديها وسط نيران قضية لم يتم حلها منذ ستين عاماً، ألا وهي قضية الاعتراف باللاجئين الفلسطينيين. وبعد أن وجدوا أنفسهم غير قادرين على العودة إلى ديارهم في العراق، لم يكن بإمكانهم سوى أن يعيشوا لمدة سنتين في مخيم التَّنَفْ في الصحراء على الحدود بين البلدين.
انتهى تجوالهم – وما كانوا فيه من تيه – في إيطاليا، وذلك بفضل مشروع لمدة عامين تابع لوزارة الداخلية الإيطالية التي أعادت توطينهم في بلدتين في مقاطعة كالابريا. وهما “رياتشيه” (103 أشخاص) و”كاولونيا” (77 شخصاً)، من بينهم نسبة كبيرة من النساء والأطفال والمسنين والمرضى وذوي الإعاقات الشديدة.
عندما كانوا لا يزالون في الصحراء، استقبلوا المشروع ويملؤهم التفاؤل، بغية الوصول إلى هدفهم وهو أوروبا، وترْك كلَّ ما كابدوه وعانوه في الماضي خلف ظهورهم. لكن بعد عامٍ تقريباً، تلاشت كل آمالهم في البلدتين، واصطدمت بواقع مشروع تحفه الصعوبات ، المتاعب والوعود الكاذبة.
جاء المشروع – والمسمى “إعادة التوطين في الجنوب” – كمبادرة قام بها في تشرين الثاني (نوفمبر) 2008 كل من “دومينيكو لوكانو” عمدة بلدية “رياتشيه”، و”إيلاريو أمِّندوليا”عمدة بلدية “كاولونيا”. حيث ومعززان بتاريخهما الذي يقارب عشر سنوات من النضال لنصرة القضية الفلسطينية - وخاصةً “لوكانو” - قاما بقبول فكرة إعادة التوطين الجماعي في إيطاليا. وتم تخصيص 2 مليون يورو سنوياًّ لخدمات الضيافة: بدءاً من السكن، الخدمات الصحية والنفسية، الوساطة الثقافية، كافة المبادرات من التي ترمي إلى الاندماج الاجتماعي، وحتى تعليم الصغار. الدورات المكثفة في اللغة الإيطالية للبالغين، وصولاً إلى برامج التدريب المهني، وبرامج التوجيه الوظيفي ودعم المساعدة في العثور على عمل.
أول مجموعة من اللاجئين وصلت إلى إيطاليا في تشرين الثاني (نوفمبر) 2009.
ومع ذلك، لم تكن كلا البلدتين جاهزتين لاستقبال ما يقرب من 200 مواطن جديد، كما لم تكن لديهما الهياكل المناسبة لتنظيم عملية الاستضافة وتنفيذ المشروع. وقد وصل التمويل الحكومي للبلديات في شباط (فبراير) 2010. في أقل من عام، كان على البلدتين تعيين هيئات الإدارة (خمسة في المجمل)، وتعيين عمال، واستئجار شقق للأسر (وقد قام رئيس بلدية “رياتشيه” بتوفير بعض المنازل المصادَرة من المافيا، والتي انتقلت ملكيتها حالياً إلى المجلس المحلي للبلدية)، ثم إعادة تهيئة هذه الشقق، والقيام في بعض الحالات بشراء الأثاث، وأدوات المائدة، والبياضات، وأجهزة التلفاز المزودة بأجهزة استقبال البث الفضائي، وخدمات الاتصال، وهَلُمَّ جراًّ. الانطباع الأول الذي انتاب العائلات الفلسطينية هو الفوضى العارمة: لم تكن المنازل جاهزة بعد، غياب الوسطاء العرب، والتأخير في إدراج الأطفال في المدارس، وتنظيم دورات تأهيلية للشباب. وبمرور الشهور، على الرغم من ضمان المنزل والحصول على مكافأة شهرية منتظمة، ظلت العديد من المشاكل كما هي، وخاصةً فيما يتعلق بالدورات التدريبية ومبادرات التوظيف.
أخيراً، طبيعة الوضع. صحيح أن طبيعة وضع البلد المضيف فيه العديد من الناس الودودين والمبتسمين… إلا أنه وضع غير ملائم للخطط المستقبلية بعيدة المدى. منطقة “لوكريديه” هي أرض المهاجرين. وبالمثل، هؤلاء اللاجئين ليس لديهم أي أمل في إمكانية الاستقرار في المنطقة بعد أن ينتهي المشروع – وذلك في خلال أقل من سنة - ويجد هؤلاء اللاجئين أنفسهم مضطرين للاعتماد بشكل كامل على أنفسهم.
بعض هؤلاء اللاجئين يتحدثون عن أنهم بحثوا بالفعل عن عمل في هذه الشهور، إلا أن رواياتهم تتشابه، بما يبعث على القلق، مع تلك القصص الشهيرة التي رُوِيَتْ عن بلدية “روزارنو”، والتي تقع على بعد ما يقارب ستين كيلومتراً: مجال للعمل في تنظيف الأطباق مقابل 500 يورو شهرياّ، عمَالة في الريف مقابل 20 يورو يومياًّ، إلى آخره، وهي أعمال سوداء. إضافة إلى ذلك، فهؤلاء اللاجئون يشتكون من عدم وجود مراكز حقيقية متخصصة في تعليم اللغة الإيطالية وفقاً لبرنامج محدد وعدم وجود معلمين مؤهَّلين، ناهيك عن عدم وجود دورات لتأهيل وتوجيه الشباب في سوق العمل.
بطبيعة الحال، يقولون لنا أن تحدي احتواء اللاجئين يكمن في معرفة كيفية الجمع بينه وبين التنمية المحلية، ونهضة منطقة تعيش في خضم هجرة السكان المزمنة. في الواقع، هذه التنمية تحققت بالفعل. نتيجةً لمشروع إعادة التوطين تم تأجير منازل كانت فارغة، والعشرات من العاملين لديهم الآن عمل، والاقتصاد المحلي انتعش بعض الشيء. ولكن في نهاية هذا كله، ماذا سيتبقى للاجئين؟ بضع كلمات من اللغة الإيطالية، ذكرى كرم ضيافة أهل كالابريا، ثم ماذا؟ هيَّا - وربما مع تحمل عبء أسرة بأكملها – لنبدأ من الصفر مرة أخرى.
ولنترك المكان لمنتفعين آخرين - ربما لأن المدينة وُلِدَت مرة أخرى - وعلينا أن نُبقيها على قيد الحياة.