8 maggio 2012

Marocchina, 29 anni, arrivata in Italia all’età di 7 anni, con il ricongiungimento familiare. Imane sarebbe la rappresentante per eccellenza delle cosiddette “seconde generazioni” ma che, come la maggior parte, rifiuta quest’etichetta. Ecco la sua storia e l’esperienza della sua associazione EFSA - Education and Sport for Africa.

Telegramma anagrafico: chi sei e cosa fai a Genova?

Imane è una ragazza di 29 anni, italiana, marocchina, figlia di immigrati, che è cresciuta a Genova e che si sente genovese prima che ogni altra cosa. A Genova sono arrivata all’età di 7 anni, con il ricongiungimento familiare; come tanti altri genitori, mio padre e mia madre dopo aver regolarizzato la loro situazione hanno deciso di portare noi figli qui in Italia per darci un futuro migliore. Sono educatrice, mediatrice culturale, atleta e allenatrice di pugilato.

Come racconteresti il tuo passato di cittadina italiana di origine straniera?

Fino all’età di 17 anni non ho avuto grossi problemi, ho vissuto una vita di ordinaria adolescente, nessun episodio discriminatorio legato alla mia origine o colore della pelle. Poi sono andata a fare un’ esperienza di studio in Danimarca per un anno e proprio lì, per la prima volta, ho subìto molto razzismo, non tanto perché fossi mulatta di origine africana ma perché venivo dall’Italia. Era una situazione paradossale, fino a quel momento non mi ero mai chiesta se fossi italiana o marocchina, ne tantomeno mi vedevo in termini di nera, bianca o mulatta, ecc. Le derisioni e gli stereotipi sulla cultura italiana che subivo sulla mia pelle mi hanno così portata a fare i conti con la mia identità. Chi sono? Il travaglio è stato molto lungo e faticoso ma dopo 10 anni sono arrivata alla conclusione che io sono Imane e non sento la necessità di rientrare in schemi che non mi appartengono; la certezza che ho è che l’unica casa che sento mia, nel bene e nel male, è Genova.

Oggi invece…

Il presente purtroppo per certi versi è molto amaro: in Italia esiste molta ignoranza sulla questione dell’identità delle “seconde generazioni” (anche se personalmente sono contraria a questo termine) e sulle implicazioni che questa condizione ha sulla vita di figli di genitori immigrati. Le persone, prima di capire chi sei, ti categorizzano con etichette che spesso e volentieri poco ti appartengono. A volte, paradossalmente, risultano essere anche divertenti: quando vivevo a New York mi chiamavano la Black Italian ed è interessante vedere come le persone riescono a rappresentare l’altro, a seconda di quale immaginano sia la sua origine.

Una donna boxeur è qualcosa di insolito, almeno nell’immaginario comune…

In Italia il pugilato femminile è un fatto molto recente quindi ci sono ancora molte persone che, se non sono contrarie, non se ne interessano minimamente, anche dentro lo stesso ambiente pugilistico. Come in molti altri settori le ragazze che iniziano a boxare finiscono per crederci molto e riescono ad arrivare a livelli molto alti, dimostrando una grande forza di volontà. Essere donna però è un fattore discriminante nella pratica del pugilato: io finivo per essere più una mascotte che un pugile come tutti gli altri e ciò naturalmente non aveva nulla a che fare con la mia bravura tecnica. Permane una certa reticenza culturale, cambiare il modo di pensare delle persone non è facile, è un lavoro lungo e faticoso, ma non è impossibile ed è necessario tanta sensibilizzazione.

Come ti sei avvicinata a questa disciplina?

Ho scoperto il pugilato dopo aver praticato la boxe francese per due anni. Mi sono innamorata della tecnica pugilistica da subito perché mi sono innamorata delle dinamiche che si creavano dentro la palestra. I miei compagni diventavano dei veri amici, il mio maestro come un padre o fratello maggiore; l’allenamento mi faceva sfogare dallo stress della vita. Il pugilato per chi lo ama è come una droga, una volta che ci sei dentro non riesci più ad abbandonarlo.

Da una pratica sportiva personale ad un progetto sociale: perché?

Nonostante i pregiudizi che rappresentano il pugilato come violento e aggressivo, chi lo ha praticato conosce l’effetto educativo che può avere sulla persona. Questo sport insegna la disciplina, il controllo di sé, il rispetto per gli altri; la boxe aiuta ad accrescere l’autostima in sé stessi, aiuta a capire i propri limiti, accettandoli, e soprattutto aiuta a cercare con perseveranza e con costanza il proprio equilibrio. Sono i punti di forza di questo sport che mi hanno spinto a coniugarli in un progetto educativo rivolto ai bambini genovesi ed africani, iniziativa che possa fare del Pugilato Educativo uno strumento di crescita personale e collettivo. In quest’ottica ho fondato un’associazione che si chiama ESFA “Education and Sport for Africa”.

In cosa consiste concretamente il Pugilato Educativo?

ESFA è un’associazione che si prefigge di dare maggiori possibilità educative ai giovani coniugando sport e attività di sensibilizzazione e formazione legate all’educazione, allo sviluppo, ai diritti umani e alla società. Sono fortemente convinta, perché l’ho provato in prima persona, che il pugilato sia uno sport che possa trasmettere ai ragazzi disciplina, dedizione, autostima e rispetto per l’altro: affiancando all’attività sportiva un intervento educativo basato sul sostegno scolastico e sul supporto alla crescita nei vari contesti di cui il bambino/ragazzo è parte, l’impatto sulla vita del singolo in primis e della comunità in generale poi è estremamente positivo. Per questo motivo, con un team professionalmente valido di educatori e psicologi, vorrei creare dei centri polifunzionali, educativi e sportivi, dove i ragazzi siano liberi di esprimersi, attraverso la boxe, e possano ricevere un aiuto valido per accrescere il loro potenziale intellettivo e critico.

Un progetto, soprattutto nelle fasi iniziali, è spesso fatto di difficoltà ed entusiasmi…

Il problema reale, e quasi ovvio, è di tipo economico, soprattutto in questo periodo di crisi: trovare fondi istituzionali o privati non è affatto semplice. La burocrazia inoltre e l’indifferenza o il falso interesse delle istituzioni rende la vita di persone che, come me, iniziano da zero ancora più difficile. Sono molto contenta però dell’appoggio che ho trovato da parte del presidente del CONI e dal presidente regionale della Federazione Pugilistica, due persone molto attente alle questioni sociali. Ancora più importante è poi il lavoro di sensibilizzazione, che sto portando avanti con gli adulti, volto a migliorare, attraverso la pratica della disciplina, l’immagine negativa della boxe.

** Scadenze prossime: dove ti troveremo?**

A maggio inizierò a visitare le scuole di Genova per illustrare il suo progetto alle istituzioni scolastiche e al corpo docente, iniziando così a porre le basi per una collaborazione continua e fattiva con diversi soggetti sociali della città. Sarà l’occasione per incominciare ad individuare i bambini e ragazzi che potrebbero partecipare alla prima sperimentazione autunnale di ESFA. Sempre a maggio poi, in concomitanza con la Festa dello Sport (25-27 maggio), sarà possibile conoscere l’associazione presso lo stand allestito al Porto Antico.

In bocca al lupo, Imane…

Contatti:

educationsportforafrica@gmail.com 0039 345 380 50 86 www.esfa-world.org (attivo da fine aprile) Facebook: Imane Kabbour ESFA Education and Sport for Africa

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