Si cercano di tirare fuori informazioni dalla Siria, ma a volte si rischia di fare dei danni… Riceviamo e pubblichiamo questa email.
Ciao, aljarida.
Leggo sul blog sirialibano.com una notizia che mi è arrivata all’orecchio da più fonti dirette, negli ultimi giorni, sia a Damasco che a Beirut.
Sean McAllister, giornalista di Channel4 di Londra, con una sua assistente libanese si aggirava da alcune settimane per Damasco (e non solo) per fare un reportage sull’opposizione siriana. Ore di registrazioni con volti, nomi, domande esplicite. Bene fino a qui: in una situazione confusa come quella siriana, in cui ogni notizia giunge alle orecchie dei giornalisti dopo interminabili telefoni senza fili, è bene che chi sa fare il suo mestiere possa portare qualche informazione fuori da questo martoriato paese.
In Siria si entra e si esce facilmente, se si dimentica la parola “giornalista” ogni volta che si ha a che fare con uno sconosciuto e se si ha ben chiaro il proprio percorso turistico. Chi è stato nel paese sa che gli stranieri sono controllati. Oggi più che mai, visto l’esiguo numero di stranieri e la paura del regime rispetto alle fughe di notizie. Per questo la precauzione non deve essere mai troppa.
E non si tratta di un gioco.
Questo lo sanno gli attivisti presenti tra i contatti di McAllister e le loro famiglie: il giornalista è stato arrestato e tutti i suoi materiali sono stati confiscati. Alcune delle persone presenti nei video sono scappati, molti sono stati arrestati. In questi giorni è in atto una vera e propria caccia all’uomo, casa per casa, nelle periferie di Damasco, per trovare quelle facce. E i contatti di quelle facce. E i contatti dei contatti di quelle facce.
McAllister se ne torna a casa, portando con sé una testimonianza delle torture nelle carceri siriane dopo aver trascorso lì cinque giorni. E qui finisce: un grande spavento e un’esperienza da raccontare.
Ma il gioco in Siria inizia ora, e in molti lo vivranno sulla propria pelle.
Cari McAllisters di tutto il mondo, appoggio l’invito del blog sopra citato, ma con parole mie:
testimoniare le repressioni, le violenze e le violazioni dei diritti umani di un popolo represso è un lavoro importante e delicato. Chiacchierare rumorosamente nei locali della città vecchia di Damasco, raccontando il proprio lavoro per dare un po’ di colore alla serata, non è solo sintomo di stupidità, ma dimostra un forte senso di irresponsabilità e mefreghismo rispetto all’importanza dell’incolumità altrui.
Attenzione, dunque.
Grazie per la pubblicazione, T.
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