21 febbraio 2011

21 Febbraio. E’ di queste ore la notizia, non ancora confermata, che riguarda la fuga di Gheddafi, dopo gli ultimi eventi. Aljazeera, al lavoro oramai da mesi per dare informazioni in tempo reale sulle proteste che stanno infiammando tutto il mondo arabo-musulmano e non solo arabo, ha diffuso il video della televisione libica “Libyan State Television” del figlio di Gheddafi, Sayf Al Islam,che mette in guardia il popolo libico dicendo, in dialetto libico, che se le proteste non avranno fine, c’è il rischio di una guerra civile nel paese che dilanierà il paese portandolo al collasso. I manifestanti rispondono che è già al collasso e che una situazione peggiore di quella degli ultimi 40 anni è difficile da ricreare. Il figlio del rais denuncia la presenza di forze islamiche dietro le proteste. E sembra un’immagine già vista. Ennesimo tentativo di ottenere consensi a livello internazionale. Ma l’America e l’ Unione europea sperano nella fine della violenta repressione. Mentre Berlusconi dice di non voler disturbare. Il malessere era già in atto. L’attenzione dei media forse era più spostata sulla Tunisia e l’Egitto visti i risvolti clamorosi. Ma come avevamo già riportato, il governo libico aveva tentato delle manovre preventive per evitare che si infiammasse anche il suo paese. Ma così non è stato. Il modello tunisino continua a riprodursi. E come afferma Olivier Roy, politologo francese l’islam si è spogliato del suo ideologismo politico e come soluzione politica è finito. Si tratta di una rivoluzione sociale transnazionale, dettata da altri valori, più che islamica. Rivoluzioni dal basso che stanno dilagando anche in Yemen, Iran, Bahrein e timidamente anche in Marocco. La miccia è stata accesa. Sembra che non si aspettasse altro. Ed il web e i social network rappresentano ancora una volta il contenitore della dissidenza.

Ripercorriamo gli eventi salienti.
Benghazi. Il 17 febbraio la televisione di stato libica “Libyan State Television” manda in onda un video di una manifestazione pro-Gheddafi che accusa Aljazeera di aver fomentato la propaganda contro il regime da una parte e i mercenari tunisini ed egiziani infiltrati tra la folla dall’altra. Nello stesso tempo, su internet circola un video ben diverso. La popolazione è in strada per protestare contro il regime di Gheddafi che è al potere da 42 anni. Reclama posti di lavoro, uguaglianza e maggiore libertà politica. La polizia spara sulla folla. Si parla di 100 o 300 morti. Purtroppo i dati sono difficili da confermare. Comincia una vera e propria repressione. Continuerà così tra sostenitori e oppositori. Si teme la guerra civile che potrebbe portare secondo alcuni alla separazione tra Cireanica e Libia. Il governo libico annuncia che interromperà gli accordi di cooperazione sull’immigrazione volti a contrastare i flussi migratori clandestini se l’Unione europea non si schiererà a favore del regime. La comunità internazionale e soprattutto l’Italia teme l’ “invasione” ora che il gendarme è in agonia. Crolla la politica inumana dei respingimenti? Crolla la “fortezza” Europa? Nel frattempo, il governo libico le tenta tutte. Aljazeera riporta che ai libici che studiano negli Stati Uniti saranno revocate le borse di studio governative se non parteciperanno alle manifestazioni pro-regime. Su google maps circola la “mapping violence against pro-democracy protests in Lybia”.
La protesta è anche “donna”. Ayman Shurafa sul suo blog diffonde la foto di uno striscione verde con la scritta: Non ci arrenderemo. Vinceremo o moriremo. Questa non è la fine… Le proteste anti-governative dilagano anche nelle regioni Tuareg di Ghat e Ubari, dove vivono i maggiori clan tribali libici. La tribù Azaweya minaccia di danneggiare i flussi di petrolio verso i paesi europei, se la UE non si schiera apertamente con i manifestanti.
Alcune carceri sono state aperte nella zona di Zawiya.
La protesta ha raggiunto anche Tripoli. Il Palazzo del governo è in fiamme. I soldati si sono uniti ai manifestanti. Non c’è accesso ad internet. Alcuni manifestanti vengono raggiunti al telefono. La folla vuole il colonnello. Lo slogan che si ripete in modo ossessivo è “libertà” e “io sono libero”.
E allora “tahiya al-hurriya” e “tahiya Libia”. Viva la libertà e Viva la Libia!

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