12 aprile 2011

Per affrontare importanti cambiamenti politici, bisogna prima affrontare importanti cambiamenti sociali.

Di venerdì in venerdì aspettiamo aggiornamenti dalla Siria. Dopo le preghiere del venerdì, infatti, iniziano manifestazioni in diverse città del paese, che chiedono la caduta del Presidente Bashar al Assad.
I numeri dei manifestanti non sono certo quelli visti in Tunisia e in Egitto. In troppi temono le conseguenze. Le conseguenze personali legate ad una singola manifestazione e le conseguenze sociali di una ipotetica caduta del regime.

In tutti i paesi arabi coinvolti nelle rivolte di questi mesi esistono delle minoranze, etniche e religiose. Non in tutti i contesti, però, queste identità corrispondono a rivendicazioni di autonomia politica: se le minoranze berbere e copte si sono sentite coinvolte in quanto popolo nelle manifestazioni che hanno portato alla caduta di Ben Ali e Mubarak, in Siria potrebbe non succedere la stessa cosa.
Le minoranze più importanti del paese sono i Curdi e gli Alawiti. Le famiglie alawite (10% della popolazione) godono di una particolare influenza in quanto ne fa parte anche la famiglia Assad, al potere da 40 anni. In questa comunità è forte la paura di vendette da parte della maggioranza musulmana sunnita, se dovesse cadere il sistema siriano.
La popolazione curda rappresenta il 7% della popolazione totale, posizionata sulle frontiere con la Turchia e l’Iraq. Solo dopo le prime proteste di quest’anno, il presidente ha accettato di “naturalizzarli”, facendogli avere i documenti siriani. Questo popolo vede ancora forti restrizioni linguistiche e culturali, soprattutto riguardo alle proprie usanze festive e religiose.
Un’altra importante minoranza è quella armena, che conta circa 100.000 persone.

La paura di una guerra civile
Chiacchierando per le strade di Damasco, nel sospetto dei molti, ma nella voglia costante di confrontarsi, è facile capire che il popolo sta con il presidente. Non è solo la paura del regime che spinge a questa conclusione, ma soprattutto la paura di una possibile guerra civile: il sogno curdo di un Kurdistan autonomo, la forza militare alawita, il coinvolgimento dei leader religiosi sunniti nelle rivolte, sono tutti elementi che potrebbero sfociare in uno scontro violento. L’esempio iracheno non può che aumentare questa paura.
Il presidente ha promesso aperture politiche e sociali. Questo viene considerata dalla maggior parte della popolazione come un’ultima possibilità data a questo governo e si freme per vedere la concretezza di questi cambiamenti.

L’acqua e il sangue
Le rivolte siriane sono circoscritte.
Non a caso partono dal sud del paese: la cittadina di Daraa ha visto negli ultimi anni crisi idriche di primaria importanza. L’agricoltura e la pastorizia ne hanno molto risentito e la disoccupazione è ai massimi livelli. Questo soprattutto dopo che gli allevatori e gli agricoltori dell’est, anch’essi colpiti da una forte siccità, si sono spostati verso questa regione. Si sono viste rivolte minori in città con forte presenza di minoranze etniche o che ancora nutrono rancori verso le politiche repressive dell’ex presidente Hafez al Assad.
La risposta alle manifestazioni è stata molto dura e molte famiglie hanno perso amici e parenti nelle ultime settimane, caduti sotto il fuoco delle forze di polizia. Il tentativo del presidente di sedare immediatamente le rivolte non ha avuto successo e ha, anzi, ravvivato quella rabbia repressa nei giovani siriani. Oggi, per le vie di Daraa, non si tratta solo del cambiamento di un sistema politico, ma dello scontro diretto verso chi viene considerato responsabile degli spargimenti di sangue.

La rivolta contro il settarismo religioso
Le rivendicazioni di alcuni gruppi di giovani sul web, si rifanno in realtà al piccolo vicino: il Libano.
Dal Libano parte un movimento interessante, come sfogo verso il sistema politico confessionale che paralizza le politiche del paese: la rivolta contro il settarismo religioso che divide il paese in 18 piccolissime comunità. Per legge, infatti, le minoranze etniche e religiose sono rappresentate in parlamento secondo uno schema predefinito: il presidente deve essere un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, un presidente della camera uno sciita, ecc. Per questo motivo l’elettore è portato ad identificarsi con un leader di partito a seconda della propria fede e non del suo ideale politico. Partendo da Beirut (e dal web), le giovani generazioni dicono basta. La vera ricerca, per una stabilità politica ed economica nel paese, è quella di uno stato laico, con cittadini che si identificano come “libanesi”, lasciando la propria fede alla sfera domestica.
Quel poco che trapela dal web, ci mostra come molti gruppi di giovani siriani si stiano muovendo in questa direzione: in cerca di identità nazionale, insomma, di unione tra popoli per poter far fronte ai cambiamenti politici che stanno coinvolgendo tutti i paesi arabi.

La scommessa per le nuove generazioni mediorientali è il raggiungimento della laicità statale e il totale e naturale rispetto delle culture che convivono in queste terre. Il rischio di una guerra civile è ancora troppo alto e la maggioranza della popolazione non si sente pronta a prendersi questa responsabilità.

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